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Ogni giorno usiamo espressioni ma quante sono realmente corrette?

Una lista di queste parole possono aiutare tutti a sfruttare al meglio l’uso della lingua italiana.

Quotidianamente vengono usate espressioni che nessuno ritiene sbagliate e parole che la maggior parte delle persone ignora completamente, vedendo l’uso che se ne fa.

È importante padroneggiare correttamente la propria lingua perché al di là dell’ambito confidenziale, un uso corretto dell’italiano può giovare ad esempio in ambito lavorativo.

Molta gente usa, quotidianamente, la classica frase: “sia questo che quello”.

La forma corretta per questo tipo di frase invece, dovrebbe essere: “SIA questo SIA quello”.

Un’altra parola comunemente esposta in maniera errata è la parola “collutorio”, infatti leggendo la parola molte persone avranno letto con due “T”, avendo quindi un risultato errato.

Importante è la pluralizzazione  dei nomi di persona, se ci sono quattro persone di nome Marco non saranno quattro “Marchi” ma quattro Marco.

Questo può essere utilizzato anche per i giorni della settimana infatti avremo: tutti i lunedì, tutti martedì, tutti i mercoledì, tutti i giovedì, tutti venerdì, ogni sabato, tutte le domeniche.

Un’altra parola usata impropriamente è Caso: combinazione, evento accidentale. Non è corretto usare la locuzione del “caso” come abbreviazione di “che il caso richiede.”

Anche l’uso della preposizione “da” avvolte viene usata in maniera errata.

Infatti “da”: preposizione che introduce numerosi complementi, agente, causa efficiente, causa, moto a luogo, moto da luogo, stato in luogo, tempo, limitazioni, provenienza, scopo, ecc. Non si apostrofa, tranne che in alcune locuzioni: “d’altro canto, d’altra parte, d’altronde, d’ora innanzi .” Anche se tale proposizione  può indicare l’uso e  lo scopo, è più corretto dire: “macchina per cucire, macchina per scrivere, penna per disegnare.” Non è corretto dire: “festa da ballo, biglietto da visita”, ma “festa di ballo, biglietto di visita.”

Un’altra parola che viene comunemente sbagliata è la parola “estremo”. Estremo è un superlativo quindi dire è più estremo, è un errore molto grave!

Un altro errore che viene spesso fatto è l’uso del “piuttosto che”. Questo termine viene utilizzato spesso per fare un elenco di cose come se servisse per dare una scansione di eventi simili invece, l’espressione “piuttosto che” serve per descrivere una cosa che esclude l’altra e non per fare un elenco!!

 

Ho citato alcune delle cose che si sentono più spesso ma ce ne sarebbero centinaia da dire, un elenco troppo vasto di queste parole potrebbe mettere in dubbio l’intero vocabolario di una persona. Spero che queste poche parole che si sentono tutti giorni vengano comprese ed utilizzate al meglio.

L’italiano è la lingua più bella del mondo e anche una delle più difficili, è importante padroneggiarla in maniera corretta.

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Marco Italia

IL RAP NEL MIO PAESE

Il rap è cambiato: ormai questo mondo è diviso tra la nuova trap, che domina le classifiche, e il tradizionale hip hop. Cosa vuol dire provare a sfondare nell’ultima categoria nel 2017? Abbiamo parlato con dei ragazzi che lo stanno facendo…


Murales dedicato a Primo Brown, Campobasso 

Negli ultimi anni la trap è arrivata anche in Italia, segnando una svolta radicale nel mercato e nella scena rap. Basti pensare ad artisti come Izi e Sfera Ebbasta, che in poco tempo hanno stabilito questo nuovo genere nel nostro paese. Una moda che ha da subito conquistato i giovanissimi, ma ha spesso fatto storcere il naso ai più anzianotti, quelli cresciuti a pane e underground puro. Ma cosa vuol dire essere una nuova leva del buon vecchio hip hop old school nel 2017? Cosa vuol dire fare quello che amiamo nonostante sia “vecchio”? Abbiamo parlato con alcuni ragazzi esordienti a riguardo, due rapper (Makro e Revan) e due producers (Tape e Cod-J), per avere un punto di vista sia dal punto di vista tecnico che da quello artistico. Tape e Cod-J hanno fatto uscire qualche loro beat su Youtube, mentre Makro e Revan sono al lavoro sul loro primo mixtape, Pushing Wolves EP, in uscita prossimamente.

Tape e Cod-J


Tape e Cod-J

Avete prodotto più beats tradizionali o nuovo stile?

Tape: Entrambi i generi

Cod-J: Decisamente nuovo stile

Cosa vuol dire creare un beat secondo voi?

Tape: All’inizio era un passatempo, poi è diventata la mia maniera di esprimere l’amore per la cultura hip-hop. Il beat è importante perché ogni beat è una storia, è come leggere un libro

Cod-J: Nel rap la parte più importante è sicuramente il testo, però il beat crea l’atmosfera e lo abbellisce.

Quali sono i pro e i contro dei beats dei due stili?

Insieme: Produrre un beat trap è più comodo perché cosí è più facile farsi conoscere, ma d’altro canto perdi ascoltatori più esperti. È tutta una questione di target, di chi vuoi colpire con ciò che fai

Squarta o Charlie Charles?

Cod-J: Squarta

Tape: Squarta sicuramente. Charlie Charles è bravo, ha portato aria fresca nella scena, ma sicuramente non è hip-hop.

Makro e Revan

Makro

Secondo voi, quali sono i presupposti per entrare nel rapgame?

Makro: Prima di tutto, secondo me è una stronzata definire cosi il rap. Il rap non è un gioco e non lo è mai stato. Questo genere è nato per esprimere un disagio. Poi per quanto riguarda l’avvicinarsi al genere chiunque può farlo, alla fine in Italia è ed è sempre stato pieno di rapper, ma il discorso è come farlo. La cosa importante è lasciare un messaggio, infatti ci sono tantissimi rapper che parlano del nulla e quindi fanno tutto tranne che rap.

Revan: Non me la sento di dettar legge a riguardo, visto che sono ancora un principiante, ma Salmo a questa domanda rispose: “Dovresti essere te stesso”.

Anche se sinceramente neanche per me esiste una cosa come il rap game, il rap è libertà e al contrario dei giochi non esistono regole che non siano autoimposte.

Sappiamo tutti che, al momento, il trend spinge più sulla trap che sul rap, o comunque su un rap tendente ad essa. Come si muove un rapper oldschool in questo ambiente? Vi preoccupa questa tendenza?

Revan: Ci si avvicina alla musica essenzialmente per due motivi: per i soldi o per lasciare un messaggio.

Chiaramente un motivo non esclude l’altro, nessuno lo fa solo per gloria in fondo. Però ognuno dovrebbe fare quello che ha la spinta per fare, tanto alla fine se è bravo ce la fa. Anzi, in realtè più facile emergere come rapper che come trapper: se ci fai caso sono più famosi i rapper emergenti/medi che i trapper della stessa categoria. Alla fine i trapper famosi sono sempre gli stessi volti: la DPG, Rkomi, Izi..

Non è come il rapper che tra i meno famosi troviamo Duplici, Lou X o tra gli emergenti Claver Gold e Real DaBomb.

Makro: A me non importa, faccio entrambi i generi. È vero che è più

difficile fare rap ora visto che hai le tendenze contro. Però, come ha detto

Revan, l’importante è essere all’altezza. E soprattutto dire il vero, cercare

di riportare il più possibile la verità.

Molti rapper tradizionali ultimamente hanno profondamente cambiatoil loro stile, guarda Gue o Jake la Furia ad esempio. Secondo voi, oltre alle mode, questo cambiamento a cosa è dovuto?

Revan

Revan: Soldi, senza dubbio. La maggior parte di artisti nella scena al giorno d’oggi sono commerciali, come quelli che hai citato. Il senso del rap underground un po’ si è perso negli ultimi anni.

Makro: È una legge di mercato. Molti rapper fanno questa conversione dopo aver avuto successo, guarda il vestiario ad esempio. Il rap nasce in tuta e non con i vestiti griffati.

Oltre alla passione per il genere, cosa spinge un ragazzo a scegliere un rap tradizionale invece delle nuove tendenze?

Revan: Personalmente ho scelto questo genere secondo i temi di cui avrei voluto parlare nei testi.

Questo non vuol dire che rimarrò fermo su un genere. Nell’album stiamo sperimentando vari sottogeneri, dall’elettronica stile primo periodo di Salmo ad un funk alla Sangue Misto.

In fondo rimane sempre il fatto che siamo emergenti, e dobbiamo ancora capire cosa ci piace veramente, tant’è vero che come bonus track nell’ep inseriremo un pezzo trap con la base prodotta da Makro che metteremo su internet in free download.

Ribadisco, ognuno dovrebbe fare ciò che ha la spinta di fare, l’importante è provarci.

Makro: Abbiamo scelto il rap oldschool perché la cultura hiphop ci accomuna da sempre. Noi siamo amici prima di essere colleghi, il rispetto è la prima cosa. Ci confrontiamo spesso sulle nostre creazioni, senza mai scontrarci però. Per il resto ci piace sperimentare, potremmo anche cambiare idea in futuro.

Stefano D’Ottavi

 

Account SoundCloud di PushingWolves

Grazie mille a Pierfrancesco, Giuseppe, Simone, Luca e a tutti quelli che hanno contribuito alla creazione di quest’articolo!

Arte come moda

Conosci ciò che diventa commerciale in ambito artistico?

 

Tutti conosciamo quest’opera che da sempre viene usata per decorare cover di telefoni e copertine di agende e quaderni. Ma sappiamo come si chiama, da chi è stata fatta e per quale motivo?

Quest’ opera di Gustav Klimt, il Bacio, venne realizzata nel 1907-08 ed oggi si trova al museo della galleria del belvedere di Vienna.

Vediamo nell’opera due amanti che si stringono e si danno un intenso bacio in un luogo indefinito ed etereo.

Le pose sono molto delicate pur trovandoci difronte ad una rappresentazione dettata dall’erotismo. C’è una vivace policromia che non distoglie mai lo sguardo dell’elemento centrale che è il tenero abbraccio dei due amanti.

Importante è come sempre la collocazione storica in cui viene realizzata l’opera. La pittura dell’epoca non lasciava tanto spazio al trionfo dell’amore “puro” e qui Klimt riesce a far si che l’amore, quello vero, diventi una cosa unica tra uomo e donna.

Gustav Klimt ha una missione, da lui così definita, che è quella di glorificare la potenza dell Eros tramite la rappresentazione di un bacio che va al di là delle differenze tra uomo e donna. Differenze che seppur non visibili a primo impatto riescono ad essere viste con una lettura più attenta, come le mani nodose e allungate dell’uomo che sono in pieno contrasto con la pelle candida e lucida della donna. Importante poi è la differenza delle vesti dei due personaggi che per quanto riguarda la figura maschile, vediamo una veste quasi monocromatica con sfumature scure di nero e grigio, la donna invece ha forme molto più morbide e policrome. Forse per determinare la differenza caratteriale che da sempre distingue i due “generi”?

Questo probabilmente non lo sapremo mai.

Importante per una conoscenza di ciò che ci circonda e di ciò che ci troviamo a vivere quotidianamente per un verso o per un altro, è riuscire ad andare oltre le immagini che ci vengono proposte ed indagare un po’ sul perché una immagine come questa viene da anni proposta nel quotidiano.

La vera domanda è perché una intera massa, completamente all’oscuro di ciò che aveva come cover per il telefono o come copertina dei quaderni, scegliesse proprio questa immagine (in questo caso ma ce ne sono molte altre).

Ho così chiesto in giro a perfetti sconosciuti perché avessero un’opera d’arte come elemento di decorazione dei loro oggetti.

Purtroppo con mio grande dispiacere il 90% delle risposte erano:”perché mi piace”, “perché è bello” ecc…

Molti nemmeno sapevano come si chiamasse l’opera o da chi fosse stata realizzata e nemmeno in che epoca!

Qui stiamo parlando di identità che vengono costruite intorno ad immagini in questo caso artistiche, senza nemmeno sapere cosa siano.

Un po’ di informazione a volte non sarebbe una cosa sbagliata soprattutto se sono cose che ci riguardano in prima persona!

 

Invito i lettori ad indagare un po’ di più su quello che si ha intorno e soprattutto su quello che riguarda in primo luogo noi stessi. Credo sia importante avere una conoscenza di base su tutto quello che gira intorno al nostro corpo, perché altrimenti, come possiamo relazionarci con gli altri se non conosciamo ciò che ci riguarda ?

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Marco italia.

Lo sai che…?

Direttamente dal Caucaso, la storia e le numerose proprietà benefiche di un antico alimento: il kefir.



[Le informazioni di sotto riportate non sono consigli medici, pertanto non vanno considerate come tali. In più, non sono opera di uno psichiatra o psicologo professionista dunque non devono essere considerati come consigli di uno specialista ma sono opinioni personali basate sull’esperienza personale della scrittrice e solo in questo senso vanno considerate]

Rinfrescante, salutare e dal gusto leggermente acido, il kefir è un latte fermentato di antica tradizione, originario del Caucaso. Il precursore di questo pregiato alimento sembrerebbe essere l’ayran, una bevanda acida e schiumosa sempre di origine caucasica.

 Sulle origini del kefir si narra una leggenda molto diffusa tra le popolazioni caucasiche, pare che lo stesso Maometto lo avesse donato agli ortodossi, insegnandogli i metodi di produzione che quelle stesse genti custodirono gelosamente, perché convinte che una volta rivelati ad altri avrebbero compromesso le straordinarie proprietà della bevanda. 

Il segreto della ricetta si tramandò per generazioni esclusivamente tra le popolazioni del nord caucasico. Fino a quando, per primi, i medici russi si accorsero delle notevoli proprietà curative del kefir, che divenne oggetto di studi scientifici a partire dalla fine dell’Ottocento. 

Solo nel 1930 fu avviata in Russia la produzione industriale di kefir, che per largo tratto, però, subì la concorrenza del metodo tradizionale di produzione casalinga avente effetti qualitativi nettamente superiori. Tradizionalmente la bevanda veniva preparata con latte vaccino o caprino.

 Successivamente apparvero i metodi di produzione commerciale, che riuscirono per la prima volta a ottenere bevande dal gusto e dall’aroma simile a quelle fatte in case con i metodi tradizionali. Attualmente il kefir è il latte fermentato più diffuso in Russia e viene prodotto in numerosi Paesi europei (tra cui l’Italia), oltre che in vaste aree dell’Asia sud-orientale.

 La bevanda può esser preparata con latte vegetale (di soia, riso, cocco o mandorla) ed è conosciuta come un’eccellente risorsa di probiotici. Se si vuole evitare il latte basta anche solamente dell’acqua, ma in questo caso è necessario procurarsi i granuli di kefir d’acqua, acquistabili anche su Internet.

 La coltura madre è ricca di batteri benefici, fermenti, enzimi, aminoacidi, vitamine e minerali ed apporta numerose proprietà terapeutiche e antiossidanti all’organismo umano. Tra gli aminoacidi si ha una notevole abbondanza di triptofano, il quale ha effetti calmanti sul sistema nervoso.

 Il kefir apporta inoltre abbondanti quantità di vitamine (A, gruppo B, D, K) e fosforo, per non parlare per di più della varietà di enzimi benefici per l’organismo, che rendono questa bevanda facilmente digeribile e adatta a tutti, compresi gli intolleranti al lattosio. 

Il kefir, infatti, non subisce quel processo di cottura che distrugge gli stessi enzimi, anzi il più delle volte aiuta proprio nella digestione e regolarizza le funzioni intestinali. Ma gli innumerevoli benefici non si limitano soltanto a stomaco e intestino, perché il kefir è considerato un “alimento per la mente”, in virtù della sua capacità di potenziare la memoria, i riflessi e la concentrazione e di combattere lo stress. 

Antiossidante naturale, questo latte fermentato è anche una risorsa eccellente per la pelle, tanto da mantenerla sana, giovane e luminosa ed inoltre aiuta a prevenire, acne, psoriasi e rughe. L’alto apporto di vitamine e proteine conduce invece alla protezione del sistema respiratorio, difatti la bevanda risulta ottima nel trattamento di asma e bronchite ed inoltre ha la capacità di accelerare il metabolismo e quindi di bruciare i grassi e aiutare a dimagrire.

 Tra i suoi innumerevoli vantaggi, il kefir ha un effetto disintossicante ed aiuta per l’abbassamento dei livelli del colesterolo e del glucosio nel sangue (è un anti-diabete). Per ultimo ma non meno importante, può anche essere utilizzato anche come prodotto di bellezza per la cura della pelle sotto forma di una lavanda da bagno. In questo caso sono necessari una tazza di kefir, un cucchiaio di sali di Epsom, due cucchiai di olio di germe di grano e cinque gocce di olio essenziale di lavanda.

Questo prezioso alimento può esser gustato da solo, in aggiunta a frutta, noci e cereali o come frullato. La sua fortuna nel mercato alimentare ha portato ad un incremento della sua distribuzione, tanto che oggi è possibile trovarlo in quasi tutti i negozi biologici o alimentari ma anche in numerosi supermercati. 

Un frullato di fragola e kefir

Giulia Baldassi

L’assurdo e i paradossi del teatro

La genesi del teatro dell’assurdo

Da secoli la più grande aspirazione del teatro è quella di comunicare senza risultare didattico, di insegnare sollevando dubbi e non fissando dei precetti assoluti che devono essere assorbiti da un pubblico accondiscendente.

In fin dei conti è proprio a partire dal dubbio che ciascun essere umano deduce i contorni per il proprio precario equilibrio esistenziale. Questo dato di fatto in teatro raggiunge l’apice, risulta lampante e si adombra delle sfaccettature drammaturgiche che ogni autore conferisce al proprio testo.

Il teatro libera dall’inconsistenza del mondo e dai rumori futili che si accalcano nelle nostre menti. Addirittura, secondo Aristotele, il fatto scenico è in grado di liberarci da noi stessi, attraverso il processo della catarsi tragica.

Ma nelle fasi evolutive più recenti che hanno interessato il teatro, si è assistito ad una paradossale, per quanto storicamente inevitabile, abolizione della catarsi.

Una volta terminati i fasti dell’età classica, il teatro, per sopravvivere, si è dovuto liberare della sua stessa capacità di liberare gli altri.

Ormai la sospensione dell’incredulità, indispensabile quando si assiste ad una qualsiasi forma di narrazione, non implica più il doversi riconoscere.

Non è più necessario seguire sulla scena le vicende di Edipo, di Antigone, di Prometeo, di Medea o di Ippolito e contemporaneamente ravvisare in tali peripezie qualcosa che ci riguarda da vicino, proiettarsi in loro, non sentirsi soli nella propria tragedia e da ciò trarre conforto.

Il conforto è svanito: è rimasta solo la possibilità di condividere con dei personaggi immaginari un unico, assordante grido di dolore da cui non c’è scampo.

Basti pensare alle drammaturgie shakespeariane, in cui l’unico conforto per i protagonisti (e, di riflesso, per il pubblico) sta nell’agire in preda ad una necessità irrimediabile, anche quando è palese che i risvolti delle proprie azioni saranno terribili.

Risulta chiaro, quindi, come la denominazione “teatro dell’assurdo”, che corrisponde ad una corrente teatrale sviluppatasi dopo la seconda guerra mondiale, possa essere facilmente ribaltata in “l’assurdo del teatro”: l’assurdo di una modalità espressiva che, per quanto non più utile, nessuno è ancora riuscito ad estirpare.

In effetti i quattro principali “drammaturghi dell’assurdo”, Beckett, Ionesco, Genet e Adamov, hanno vissuto un periodo storico di forte tribolazione, in cui gli strascichi della guerra, e con essi il terrore di un altro conflitto che avrebbe portato alla distruzione completa dell’umanità, hanno dato adito al superamento di due istanze antinomiche che avevano caratterizzato l’ottocento.

Da una parte il rigoroso razionalismo, secondo cui ogni forma artistica accompagnerebbe il percorso dell’umano scandendo le tappe di un itinerario storico analizzabile da un punto di vista fenomenologico, dall’altra il fervore dionisiaco di stampo wagneriano, secondo cui il giusto traguardo dell’arte consisterebbe nel raggiungimento dell’”opera d’arte totale”, dove i confini tra teatro, musica, pittura e danza avrebbero perso consistenza fino a dissolversi.

Ecco, i drammaturghi dell’assurdo, e i filosofi esistenzialisti a loro contemporanei, tratteggiano un’umanità in cui l’individuo non è né un mero strumento plasmato dalla storia, né un superuomo mitologico in grado di accantonare ogni convenzione e di imporsi in modo assoluto.

Come risulta chiaro dalle opere di Beckett, l’assurdo non è mai un qualcosa di fine a se stesso o di accidentale, ma è l’elemento che riempie le fibre della quotidianità.

Ciò è particolarmente ovvio in “Aspettando Godot”, dove l’attesa, apparentemente innocua, di Estragone e Vladimiro diventa presto un inquietante gioco di specchi destinato a perpetuarsi in eterno.

Frasi banali e luoghi comuni si concretizzano in quest’opera in modo multiforme, risultando in grado di rappresentare sia un rifugio sia il prologo di drammi. Così, le aspettative di chi tenta di ricavare una qualche rivelazione da “Aspettando Godot”, sono del tutto vane.

Al pubblico non resta che sorbirsi la lunga serie di insuccessi a cui i protagonisti, per nessuna ragione valida, vanno incontro. Insuccessi che tanto ricordano la frustrazione delle epifanie dei personaggi dublinesi raccontati da Joyce (irlandese di nascita, proprio come Beckett).

Un discorso simile si può applicare a Ionesco, ancora oggi uno degli autori più analizzati e rappresentati, e a Genet che, tra gli altri testi, scrisse “Le serve” e “Il balcone”.

Descrivendo la devianza come essenziale all’integrità umana, Genet non intende affatto stilare un’apologia della perversione e immettersi nel percorso letterario del marchese De Sade, bensì egli mira ad offrire allo spettatore degli strumenti di decodifica per tutti quei comportamenti considerati virtuosi o inaccettabili, e mostrare come essi, nello stesso identico modo, si situano all’interno di sistemi di valori arbitrari.

Che la soluzione alla perenne instabilità sia fuggire nella follia? Chiudersi nella spiritualità? Conferire un significato ulteriore ad ogni frase che si pronuncia? Tutte queste alternative sono plausibili, ma nessuna è definitiva. Nulla è certo, nulla può essere insegnato.

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Locandina di una trasposizione dell’opera “Les Négres” 

“Cover of playbill for stage production The Blacks by Jean Genet.” by Showcard Publications (New York, N.Y.) is licensed under CC0 1.0

 

Gabriele Raho

 

Salvador Dalí

Approfondiamo la figura di una delle colonne portanti del Surrealismo

Salvador Dalí (1904-1989) nacque a Figueras, in Catalogna, nel 1904. A Madrid frequentò l’Accademia di Belle Arti ma nel 1926 ne fu espulso per indegnità. L’anno successivo si recò a Parigi dove conobbe le modalità di pensiero della capitale francese. Qui conobbe Pablo Picasso, Juan Mirò, André Breton e il poeta Paul Eluard.

In questo periodo il surrealismo era in pieno fermento e Dalì ne venne subito travolto.

Infatti vide subito la sua immaginazione che poteva realizzarsi grazie a questo movimento.

In Dalí non esiste limite o senso della misura, così che la sua sfrenata fantasia, unita ad un virtuosismo tecnico notevole, ne fecero il più intenso ed eccessivo dei surrealisti al punto che nel 1934 fu espulso dal gruppo dallo stesso Breton. Ciò non scalfí la produzione dell’artista anzi lo spinse addirittura ad autoproclamarsi unico esempio di surrealista.

 

Il Surrealismo per Dalí era l’occasione per far emergere il suo inconscio, secondo quel principio dell’automatismo psichico teorizzato da Breton. E a questo automatismo psichico Dalí diede anche un nome preciso: metodo paranoico-critico.

La paranoia, secondo la descrizione che ne dà l’artista stesso, è: «una malattia mentale cronica, la cui sintomatologia più caratteristica consiste nelle delusioni sistematiche, con o senza allucinazioni dei sensi. Le delusioni possono prendere la forma di mania di persecuzione o di grandezza o di ambizione».

Dunque le immagini che l’artista cerca di fissare sulla tela nascono dal torbido agitarsi del suo inconscio (la paranoia) e riescono a prendere forma solo grazie alla razionalizzazione del delirio (momento critico).

 

La tecnica di Dalí si rifà esplicitamente alla pittura del Rinascimento italiano, ma da esso prende solo il nitore del disegno e dei cromatismi, non la misura e l’equilibrio formale. Nei suoi quadri prevalgono effetti illusionistici e complessità di meccanismi che rimandano inevitabilmente alla magniloquenza ed esuberanza del barocco iberico.

Nel 1929 Dalì dipinse il suo primo quadro surrealista: «Il gioco lugubre». In esso appare in primo piano una figura maschile di spalle con mutande sporche di escrementi. Questo particolare suscitò notevole sconcerto tra gli altri surrealisti decretando già le prime distanze tra Dalí e il gruppo di Breton. In questa fase della sua pittura Dalí fa largo ricorso agli spazi prospettici molto dilatati in cui inserisce una notevole quantità di elementi (uomini, animali, oggetti) secondo procedimenti combinatori irrazionali. In queste figure, e nei loro rapporti, la deformazione si inserisce come ulteriore elemento di sconcerto.

Allo stesso 1929 risale il suo legame con Gala Deluvina Diakonoff, moglie del poeta Paul Eluard. Ella fu prima amante e poi moglie di Dalí, divenendo la sua musa ispiratrice. Appare in numerosissimi quadri, per lo più nuda e sensuale, rappresentando nel mondo figurativo di Dalí uno degli ingredienti più certi del suo inconscio: la libido.

In seguito la sua pittura tende a trovare una sinteticità più netta, in cui la concentrazione su pochi elementi permette al quadro di esprimere contenuti più chiari ed univoci. È il caso di un quadro come «La persistenza della memoria» dove Dalì crea una delle sue immagini più celebri: quella degli orologi deformi.

Ci sono poi una serie di immagini di grande effetto.

Si tratta di immagini doppie, dove la combinazione delle figure fa apparire più cose simultaneamente.

Scrisse Dalí: «Attraverso un processo nettamente paranoico è possibile ottenere un’immagine doppia, rappresentazione di un oggetto che, senza la minima modificazione figurativa o anatomica, sia al tempo stesso la rappresentazione di un oggetto assolutamente diverso». In questo gruppo di opere rientrano alcuni dei quadri più famosi di Dalí, quali «Figure paranoiche», «Cigni che riflettono elefanti», «Apparizione di un volto e di una fruttiera sulla spiaggia», «L’enigma senza fine».

SALVADOR DALI è stato un cardine del surrealismo e probabilmente senza la sua “follia” oggi non avremmo delle conoscenze che ci portano a capire cosa potesse essere quel periodo così caotico ed emotivamente coinvolgente.

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“[ D ] Salvador Dali – Oasis (1946)” by cea + is licensed under CC BY 2.0

Marco Italia

TRANSCONDUCTANCE-VARISTOR.

 

In concomitanza con la “settimana surrealista”, vi propongo un’ invenzione che vide la luce nel 1925.

Il transistor (sincrasi  del termine inglese transconductance-varistor), detto anche transistore, è un dispositivo a semi conduttore largamente usato sia nell’elettronica analogica sia nell’elettronica digitale. Progettato in Canada dal fisico e ingegnere Julius Edgar Lilienfeld, descrivendo un dispositivo simile all’attuale transistor ad effetto di campo, Il primo transistor era realizzato con due elettrodi le cui punte molto sottili e distanti tra loro alcuni centesimi di millimetro, per la precisione da 127 a 50 micron, erano premute sulla superficie di una piastrina di un cristallo di germanio molto puro, policristallino e di tipo n. La tecnica del contatto puntiforme era già nota ed utilizzata per la costruzione dei diodi rivelatori. Provvisoriamente, dato che il transistor funzionava in modo analogo ad un triodo, venne chiamato triodo a stato solido. Il primo prototipo funzionante venne realizzato nel natale del 1948. Il transistor è composto da un materiale semiconduttore al quale sono applicati tre terminali che lo collegano al circuito esterno. L’applicazione di una tensione elettrica o di una corrente elettrica a due terminali permette di regolare il flusso di corrente che attraversa il dispositivo, e questo permette di amplificare il segnale in ingresso.
Il funzionamento del transistor è basato sulla giunzione “p-n”, scoperta casualmente da Russell Ohl il 23 febbraio 1939. Oggi questo tipo di dispositivi viene utilizzato come interruttore elettrico comandato oppure come amplificatori di segnali elettrici; la possibilità di miniaturizzazione di questi dispositivi fa si che essi possano essere impiegati anche all’ interno di circuiti integrati il che li rende fondamentali nel campo della micro elettronica. Esistono due principali tipi di transistor e sono :  il transistor a giunzione bipolare ed il transistor ad effetto di campo.

Il transistor a giunzione bipolare: anche chiamato con l’acronimo “BJT”, è un tipo di transistor largamente usato nel campo dell’elettronica analogica. Questo dispositivo  è un componente elettronico attivo usato principalmente come amplificatore ed interruttore.
Si tratta di tre strati di materiale semiconduttore drogato solitamente il silicio, in cui lo strato centrale ha drogaggio opposto agli altri due, in modo da formare una doppia giunzione “p-n”, cioè o una giunzione “p-n-p” o una “n-p-n”. Ad ogni strato è associato un terminale: quello centrale prende il nome di base, quelli esterni sono detti collettore ed emettitore. Il principio di funzionamento del “BJT” si fonda sulla possibilità di controllare la conduttività elettrica del dispositivo, e quindi la corrente elettrica che lo attraversa, mediante l’applicazione di una tensione tra i suoi terminali. Tale dispositivo coinvolge sia i portatori di carica maggioritari sia quelli minoritari, e pertanto questo tipo di transistore è detto Bipolare. Un sistema costituito da un singolo transistor può essere rappresentato come un generico quadripolo avente due terminali di ingresso e due di uscita. I tre terminali del transistor saranno uno il terminale di ingresso, un altro quello di uscita ed il terzo in comune, connesso cioè sia all’ingresso sia all’uscita. A seconda di quale sia il terminale comune il transistor può assumere le seguenti configurazioni: a base comune, a collettore comune o a emettitore comune.

Il transistor ad effetto di campo: chiamato con l’acronimo “FET”, è un tipo di transistor largamente usato nel campo dell’elettronica digitale e diffusa, in maniera minore, anche nell’elettronica analogica.Si tratta di un substrato di materiale semiconduttore drogato, solitamente il silicio, al quale sono applicati quattro terminali: gate (porta), source (sorgente), drain (pozzo) e bulk (substrato); quest’ultimo, se presente, è generalmente connesso al source. Il principio di funzionamento del transistor a effetto di campo si fonda sulla possibilità di controllare la conduttività elettrica del dispositivo, e quindi la corrente elettrica che lo attraversa, mediante la formazione di un campo elettrico al suo interno. Il processo di conduzione coinvolge solo i portatori di carica maggioritari, pertanto questo tipo di transistore è detto unipolare. La diversificazione dei metodi e dei materiali usati nella realizzazione del dispositivo ha portato alla distinzione di tre principali famiglie di “FET”: “JFET”, “MESFET” e “MOSFET”. Il “JFET”, abbreviazione di Junction “FET”, è dotato di una giunzione p-n come elettrodo rettificante; il “MESFET”, abbreviazione di Metal Semiconductor “FET”, una giunzione Schottky raddrizzante metallo-semiconduttore ed il “MOSFET”, abbreviazione di Metal Oxide Semiconductor “FET”, genera il campo elettrico grazie ad una struttura metallica esterna, separata dalla giunzione da uno strato di dielettrico, l’ossido. L’evoluzione di questi dispositivi è ancora in corso, non ci resta che guardare gli sviluppi di questa tecnologia oggi così comune ma all’epoca rivoluzionaria.

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“Westinghouse Blue Transistor Radio” by Ryan Biracree is licensed under CC BY 2.0

 

Carlo Michele Casciola.

 

Il Surrealismo nella seconda arte

Musica e surrealismo, un argomento da approfondire

 

Nel corso degli anni il Surrealismo ha contagiato ogni sfaccettatura dell’arte. Gli artisti di tutte le belle arti hanno contribuito al movimento, principalmente registi, pittori e scultori. Una cosa che però sembra strana è come musica nel movimento surrealista venga spesso dimenticata.

La domanda che ci poniamo è: che importanza ha avuto la seconda arte nel surrealismo?

Individuare il ruolo della seconda arte nel Surrealismo non è semplice, Dalì e compagni hanno sempre giocato in ambienti differenti da quello musicale. Eppure, c’è qualcosa da dire.

Sempre rimanendo in tema Lynch, molti non sanno che il regista statunitense è anche compositore. Il maestro dell’onirico ha infatti rilasciato ben otto album nel corso degli anni di cui l’ultimo, The big dream, appena quattro anni fa, nel 2013.

 

Prima della musica di Lynch e Badalamenti, però, molti musicisti sono stati influenzati dalla corrente surrealista. D’altronde André Breton, detto “Primo ministro del Surrealismo”, scrisse: “Il Surrealismo si fonda sull’idea di un grado di realtà superiore connesso a certe forme d’associazione finora trascurate, sull’onnipotenza del sogno, sul gioco disinteressato del pensiero.” Quindi perché non includere la musica in tutto ciò?

 

Il Surrealismo cominciò a farsi strada nella musica nella Francia degli Anni Venti. Qui Erik Satie fu uno dei primi compositori ad avvicinarsi a questo movimento. Storicamente Avanguardista. Nei suoi ultimi anni scrisse l’aria del balletto Parade (al quale partecipò anche Pablo Picasso come costumista) e viene tutt’oggi considerato uno dei precursori del minimalismo e del Teatro dell’Assurdo.

 

Anche George Antheil fu uno dei primi surrealisti nella musica. Nato americano, lasciò il Nuovo Mondo per l’Europa patria degli artisti, arrivando prima nel 1922 a Berlino e poi, l’anno successivo, a Parigi.    

Antheil lavorò con i più grandi compositori dell’epoca, come Stravinsky, e scrisse le sue celebri Sinfonie oltre ad alcune opere e colonne sonore per il cinema. Scrisse del movimento: “Il movimento Surrealista è stato, sin dal principio, mio amico.”

Più avanti negli anni, nel Secondo Dopoguerra, il compositore francese Pierre Schaeffer sviluppa un nuovo genere di musica, la Musique concrète, la Musica Concreta. Questo nuovo genere mira a manipolare non tanto degli strumenti musicali, ma suoni di varia origine e possiamo considerarlo un primo esempio di musica elettronica.
Schaeffer, infatti, era solito registrare i suoni su di un magnetofono, per poi manipolarne timbro, velocità e altre caratteristiche, come farebbe un moderno producer davanti ad un programma mixaggio audio.

Il primo pezzo prodotto da Schaeffer venne composto registrando i rumori dei treni di passaggio nel 1948. Tre anni più tardi, nel 1951, Schaeffer insieme a Pierre Henry e André Moles, un fisico, crearono il primo studio di Musica concreta a Parigi, finanziati dall’emittente RTF.

 

L’idea di utilizzare strumenti non convenzionali va ad unirsi perfettamente con il concetto surrealista di alienazione e di rinuncia al controllo della ragione. È buffo pensare che nella musica elettronica che molti ascoltano ogni giorno ci sia un pizzico di Surrealismo.

 

Un musicista moderno degno di nota nel surrealismo è senza dubbio Alice Cooper. Nell’aprile del ’73, infatti, il rocker statunitense e Salvador Dalì si incontrarono a New York, ad una cena. “Salve, io sono il grande e grandioso Dalì” cosí si presentò il maestro. La risposta fu “Ciao, sono Alice Cooper”. Dalì rimase estasiato dallo stile shock-rock del cantante, vedendo in esso un grande esempio di Surrealismo. I due insieme, realizzarono un famoso ologramma. Nella scena Alice è seduto, coperto di gioielli preziosi mentre regge in mano un microfono con le fattezze della Venere di Milo. Dietro di lui, un cervello ricoperto di formiche “Cosí vedo il cervello di Alice” spiegò Dalì.

 

La musica è uno dei mezzi principali dell’espressione artistica e, al contrario di come molti possano pensare, ha giocato comunque un ruolo importante nel movimento surrealista, e lo fa tutt’oggi. Anche se, in realtà, potremmo dire il contrario, che è il surrealismo ad aver giocato un ruolo importante nella musica.

 

La prossima volta che ascoltate un pezzo techno, o più semplicemente un beat, pensate che nasce tutto da qui. Pensate come l’alienazione e il rifiuto della ragione abbiano segnato una svolta così importante nella musica.

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Un magnetofono modello Nagra III del 1958

 

Stefano D’Ottavi

“Professional magnetophone recorder Nagra III” by tomislav medak is licensed under CC BY 2.0

Surrealismo

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  1. Movimento letterario e artistico d’avanguardia, sorto in Francia dopo la Prima Guerra Mondiale, che, proponendosi di esprimere il funzionamento reale del pensiero al di fuori d’ogni controllo esercitato dalla ragione e fuori d’ogni preoccupazione estetica o morale, s’ispira all’inconscio dell’uomo, ritenuto come il grado più profondo e più vero della realtà, e di conseguenza a tutte le manifestazioni di questo.

Dal francese surréalisme, “superamento del realismo”, 1925.

 

Questa la definizione di uno dei più importanti e rivoluzionari movimenti del Novecento. Dare voce alle forze della fantasia, del sogno e dell’inconscio.

Nato ufficialmente nel 1924 col manifesto redatto dal poeta francese André Breton, il Surrealismo è un movimento d’avanguardia che si propone di esprimere, sia con parole che con immagini, il libero funzionamento del pensiero, emancipandolo dal controllo esercitato dalla ragione. Ne fecero parte artisti provenienti da ogni parte d’Europa: i tedeschi Max Ernst e Hans-Jean Arp, i francesi André Masson e Yves Tanguy, i belgi Paul Delvaux e René Magritte, i catalani Salvador Dalí e Joan Miró. Facendo proprio lo spirito ribelle e critico del Dadaismo, il Surrealismo sfocia in un movimento di protesta nei confronti di una società che professava una ricchezza di valori spirituali ma che era in realtà corrotta dalla malvagità e dall’odio, sfociati non molti anni addietro nella Prima Guerra Mondiale. Gli artisti che prendono parte al movimento nutrono un profondo desiderio di miglioramento della condizione umana e credono nella possibilità di vivere in un futuro dai modi più puri e genuini.

Cos’è il surreale?

E’ qualcosa di super-reale, che supera ciò che noi possiamo vedere o vivere quotidianamente nel cosiddetto ”reale”. L’esplosione irrefrenabile del movimento scaturì dalla delusione nei confronti della vita quotidiana, portando alla ricerca di una super-realtà, di una diversa realtà, che si trova ‘oltre’, in altri mondi: il sogno, la fantasia, il mondo sommerso nella parte più nascosta dell’animo umano.

Perché rivoluzionario?

Ogni movimento artistico-culturale del Novecento si autodefinì “rivoluzionario”, affermando e sostenendo senza indugi la teoria secondo la quale nessun movimento precedente sarebbe sopravvissuto. Si doveva lottare contro il falso, rappresentato nella cultura occidentale, nella Storia. Tutto ciò che era storia e che, di conseguenza, era stato “santificato”, andava distrutto, eliminato, si doveva riportare l’umanità sulla via del giusto, che non necessariamente è il “socialmente giusto”. E ciò non viene fatto attraverso la semplice negazione, bensì uscendo direttamente dalle regole del gioco, sapendo che il primo impatto sarà contro un muro di tradizioni, convinzioni e dogmi ma anche di ignoranza e di chiusura mentale.

Questo fecero i movimenti rivoluzionari.

Il primo Manifesto del Surrealismo (1924) afferma: ‟Automatismo psichico puro, col quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente sia per iscritto sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato del pensiero, in assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale”. Il Surrealismo, pertanto, si fonda sull’idea di un grado di realtà superiore connesso a certe forme di associazione fino ad allora trascurate, sull’onnipotenza del sogno e sul gioco disinteressato del pensiero. Tende a distruggere definitivamente tutti i rimanenti meccanismi psichici e a sostituirli nella risoluzione dei principali problemi della vita.

«Nessuna guida mentale, cosciente, di ragione, di gusto, di volontà» scrive Max Ernst «può valere come genesi di un’opera che meriti di essere definita surrealista assoluta». E Breton sottolinea nel Manifesto del movimento: «Rendere schiava l’immaginazione […] è la più grande sciocchezza». Le indicazioni sono chiare: per combattere l’insoddisfazione dei tempi moderni, l’Uomo deve recuperare il tempo dell’infanzia, quando ancora era un sognatore e sapeva usare la fantasia e l’immaginazione.

Importanza fondamentale ha la capacità di sorprendere. Ogni artista interpreta la realtà in modo diverso, con gli occhi della propria mente. ci si trova, pertanto, di fronte a mostri, colori scioccanti, figure deformate, suoni acuti e graffianti, “immagini che non paiono vere”.

Contro lo sforzo rettificatore e l’adempimento di funzioni positive, si proponeva un’attività arbitraria, un principio di libertà suscettibile di compensare i condizionamenti imposti dalle società sempre più tecnicizzate dell’era industriale. In altre parole, il Surrealismo continuava l’atteggiamento romantico e prolungava le tensioni dialettiche tra rivoluzione ed evasione. In questo senso, tale movimento si colloca in un solco lungo il quale è preceduto dal dadaismo e continuato dall’esistenzialismo e dall’informale; esso si inserisce tra le reazioni che, nelle sovrastrutture culturali, si sono avute di fronte ai grandi traumi che hanno scosso il mondo moderno, dalla trasformazione dei mezzi di trasporto alla guerra ai nuovi metodi di comunicazione sociale, che impongono la cultura di massa. Il Surrealismo sfruttò la provocazione contro i dettami di una società regolata e predeterminata dal tecnicismo, dove imperava e continua a imperare il principio di causalità, secondo il quale identiche cause o motivazioni debbono produrre identici effetti. Quindi il Surrealismo aggiungeva il proposito di ‛cambiare la vita’.
I surrealisti, nonostante ciò, non rifiutarono l’eredità del passato, ma si opposero alla sopravvivenza di quanto reputavano caduco e nocivo. Le facoltà spirituali dovevano partecipare a un ininterrotto processo di provocazioni contro la società ‛borghese’, sconvolgendo i termini del dialogo tra spirito e realtà oggettiva.
Il rivoluzionarismo surrealista intendeva operare ‛dal di fuori’ degli schemi sociali, non solo di quelli artificiosamente imposti dalle classi dominanti, ma anche di quelli necessariamente derivati dall’infrastruttura costituita dall’industrializzazione e dal tecnicismo.
Se la tecnica è un repertorio di norme d’azione in qualsiasi campo dell’attività umana, un tale carattere normativo reca in sé l’accettazione della ‛forma’ come traduzione di una volontà strutturante; e, a sua volta, un tale impulso ordinatore simboleggia la proposta di una condotta razionale. Ecco quindi che le tesi surrealiste si dovevano costituire come antagonista dialettico di tutte quelle correnti che proponevano modelli di valore con intenti correttivi.
Diceva M. Carrouges: ‟Il Surrealismo nacque da un’immensa disperazione dinanzi allo stato in cui si è ridotto l’uomo sulla terra e da una speranza illimitata nella metamorfosi umana”.

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Beatrice Moroni

“surreal” by david pacey is licensed under CC BY 2.0

 

 

 

 

 

 

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